Venezia, notte di “Bugonia”: Lanthimos porta il complotto sul Lido | Venice, night of “Bugonia”, Lanthimos brings conspiracy to the Lido

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C’è un silenzio sospeso quando le luci si abbassano al PalaBiennale. È la serata più attesa del concorso: Yorgos Lanthimos torna a Venezia con Bugonia, il suo remake del cult sudcoreano Save the Green Planet, e lo fa accompagnato dalla musa Emma Stone, qui non solo protagonista ma anche produttrice.

Lanthimos non delude le aspettative: il film è una giostra grottesca, a metà tra farsa e incubo, in cui due complottisti rapiscono la CEO di una multinazionale farmaceutica, convinti che sia un’aliena venuta a distruggere il mondo. Dietro la risata nera, però, si nasconde una riflessione inquietante: quanto le nostre paranoie collettive, alimentate da fake news e sfiducia nel potere, sono già diventate realtà?

Emma Stone, magnetica, domina la scena con una performance ambigua: CEO glaciale o creatura extraterrestre? Non ci sono certezze, ed è proprio questo il cuore del gioco. Jesse Plemons, al suo fianco, tratteggia un personaggio fragile e disturbato, che diventa specchio delle nostre paure.

Visivamente, Bugonia è puro Lanthimos: composizioni millimetriche, colori acidi, ironia surreale che sfocia spesso nel perturbante. La colonna sonora di Jerskin Fendrix, stridula e ipnotica, amplifica il senso di spaesamento, mentre il montaggio di Yorgos Mavropsaridis mantiene costante la tensione.

Il pubblico in sala ha reagito con un misto di risate nervose e applausi convinti. Non tutti, però, sono usciti pienamente conquistati: per alcuni, il film si perde nell’eccesso di stile e manca di un reale coinvolgimento emotivo. Ma forse è proprio questo il punto: Lanthimos non cerca consolazioni, bensì ci mette davanti a un mondo in cui complotto e realtà si confondono fino a diventare indistinguibili.

Fuori dalla sala, nel brusio del Lido, resta l’impressione che Bugonia sia uno di quei film destinati a dividere. C’è chi lo vedrà come un esercizio di stile e chi come una parabola necessaria sul nostro tempo. Ma una cosa è certa: a Venezia, ancora una volta, Lanthimos ha acceso il dibattito.

Il Leone d’Oro? Troppo presto per dirlo. Ma la sua Bugonia è già entrata nella lista dei titoli che segneranno questa edizione.

Dai nostri inviati Ekaterina Shevliakova, Sibil Noir

Visually, Bugonia is pure Lanthimos, millimetric compositions, acidic colors, surreal irony that often flows into the unsettling. The score by Jerskin Fendrix, shrill and hypnotic, amplifies the sense of disorientation, while the editing by Yorgos Mavropsaridis keeps the tension constant.

The audience in the hall reacted with a mix of nervous laughter and convinced applause. Not everyone, however, left fully conquered, for some the film gets lost in its excess of style and lacks real emotional involvement. But perhaps that is precisely the point, Lanthimos does not seek consolation, rather he confronts us with a world in which conspiracy and reality blur until they become indistinguishable.

Outside the theater, in the buzz of the Lido, remains the impression that Bugonia is one of those films destined to divide. Some will see it as an exercise in style, others as a necessary parable of our time. But one thing is certain, in Venice, once again, Lanthimos has ignited the debate.

The Golden Lion? Too soon to tell. But his Bugonia has already entered the list of titles that will mark this edition.

From our correspondents Ekaterina Shevliakova, Sibil Noir

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