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Not everything that is technically possible is ethically permissible
Antonino Zichichi died at the age of 95. With his passing, one of the longest and most controversial seasons of Italian scientific culture in the second half of the twentieth century comes to an end. An internationally renowned theoretical physicist, tireless communicator, institutional figure and deeply divisive intellectual, Zichichi crossed decades of public debate, leaving a mark that goes far beyond the boundaries of science.
Born in Trapani in 1929, he established himself as a specialist in particle physics, collaborating with the most important international research centers. He was the founder and president of the World Federation of Scientists and the long standing director of the Ettore Majorana Center in Erice, which under his leadership became a global reference point for dialogue between science, politics and culture. Alongside his academic career, Zichichi was above all a prominent public voice, constantly present on television, in newspapers and in public debates, convinced that knowledge entails a public responsibility.
The sentence that more than any other encapsulates his thinking has remained etched in time:
“Not everything that is technically possible is ethically permissible.”
For Zichichi, science was not a neutral ground devoid of moral consequences. On the contrary, he believed that scientific knowledge carries responsibility. Being able to do something does not automatically mean that one should do it. Technical possibility does not coincide with ethical legitimacy.
Zichichi never hid his faith, nor did he speak solely as a believer. Instead, he often placed side by side the two statements:
“As a believer, I think that…”
and
“As a scientist, I know that…”,
asserting that science and ethics could engage in dialogue without contradicting one another.
Zichichi himself explained this vision with a phrase that clarifies better than any analysis his way of understanding science:
“It is Love, and only Love for Creation, that is the source from which great scientific discoveries are born.”
For his supporters, this statement summarizes the highest meaning of research, while for his critics it represents the point at which the boundary between science and spiritual vision becomes thinner and more controversial. It is precisely here that both his strength and the root of his controversy lie.
On issues such as abortion, assisted reproduction, experimentation on embryos and euthanasia, Zichichi took firm positions. For him, the embryo was not merely biological matter in development, but a genetically defined individual. Human life could not be graded according to utility, health status or conditions of suffering.
This approach made him profoundly divisive. For many secular scientists and intellectuals, Zichichi made an improper leap, turning scientific data into moral judgments, making what science describes coincide with what morality should prescribe. For him, however, that distinction was artificial. A science without ethical limits, he argued, risks becoming technology without conscience.
On the subject of the family, Zichichi consistently upheld a traditional vision, understood as a unit founded on a man and a woman, linked to an idea of natural order rather than a modifiable social construct. He expressed critical views toward the recognition of same sex parent families and toward extending family rights to models different from the traditional one.
Even more controversial were some of his positions on the role of women. Zichichi repeatedly stated that men and women are not equal from a biological standpoint and that these differences have consequences for aptitudes and professional choices. Such statements, especially regarding hard sciences, were widely perceived as stereotypical and culturally outdated.
He was also critical of various claims advanced by the LGBTQ+ community. Zichichi opposed the full equalization of rights between heterosexual and homosexual couples, invoking a normative vision of natural order. This made him a reference figure for conservative circles and, at the same time, the target of strong criticism from those who view civil rights as an evolving process within society.
Antonino Zichichi was not divisive because of his scientific value, but because of how he chose to occupy the public sphere. He spoke as a scientist on issues that were not only scientific, but also social, political and cultural.
His assertive communication style, marked by little openness to public doubt, deepened the divide. Today, when dialogue and complexity are increasingly valued, Zichichi embodied a hierarchical, institutional and deeply twentieth century idea of science that many now question.
With his death, the debate that animated decades does not end, but rather crystallizes into a question that still resonates today: can science afford not to question its own limits?
Antonino Zichichi lived and thought as if the answer were no. And even those who did not share his conclusions will find it difficult to ignore the seriousness of the question he leaves behind.
Science, without conscience, is not progress. It is only possibility.
Non tutto ciò che è tecnicamente possibile è eticamente lecito
Antonino Zichichi è morto all’età di 95 anni. Con la sua scomparsa si chiude una delle stagioni più lunghe e controverse della cultura scientifica italiana del secondo Novecento. Fisico teorico di fama internazionale, divulgatore instancabile, uomo di istituzioni e intellettuale divisivo, Zichichi ha attraversato decenni di dibattito pubblico lasciando un segno che va ben oltre il perimetro della scienza.
Nato a Trapani nel 1929, si è affermato come specialista in fisica delle particelle, collaborando con i più importanti centri di ricerca internazionali. È stato fondatore e presidente della World Federation of Scientists e storico direttore del Centro Ettore Majorana di Erice, che sotto la sua guida è diventato un punto di riferimento mondiale per il dialogo tra scienza, politica e cultura. Accanto alla carriera accademica, Zichichi è stato soprattutto un grande divulgatore, presenza costante in televisione, sui giornali e nei dibattiti pubblici, convinto che la conoscenza comportasse una responsabilità pubblica.
La frase che più di ogni altra sintetizza il suo pensiero è rimasta scolpita nel tempo:
“Non tutto ciò che è tecnicamente possibile è eticamente lecito.”
Per Zichichi la scienza non era un terreno neutro, privo di conseguenze morali. Al contrario, riteneva che la conoscenza scientifica portasse con sé una responsabilità. Saper fare qualcosa non significava automaticamente doverla fare. La possibilità tecnica non coincideva con la legittimità etica.
Zichichi non ha mai nascosto la propria fede, né ha mai parlato solo da credente. Al contrario, ha spesso affiancato le due affermazioni:
“Come credente penso che…”
e
“Come scienziato so che…”,
rivendicando la possibilità che scienza ed etica dialogassero senza contraddirsi.
Lo stesso Zichichi spiega questa sua visione con una frase che chiarisce meglio di qualsiasi analisi il suo modo di intendere la scienza:
“È l’Amore e soltanto l’Amore per il Creato la sorgente da cui nascono le grandi scoperte scientifiche.”
Una dichiarazione che, per i suoi sostenitori, riassume il senso più alto della ricerca, e che per i suoi critici rappresenta invece il punto in cui il confine tra scienza e visione spirituale si fa più sottile e controverso.o in questo punto che si colloca la sua forza, ma anche la radice della sua controversia.
Su aborto, fecondazione assistita, sperimentazione sugli embrioni ed eutanasia, Zichichi ha sostenuto posizioni nette. Per lui l’embrione non era materia biologica in evoluzione, ma un individuo geneticamente definito. La vita umana non era graduabile in base all’utilità, allo stato di salute o alle condizioni di sofferenza.
Questa impostazione lo ha reso profondamente divisivo. Per molti scienziati e intellettuali laici, Zichichi compiva un salto improprio: trasformava dati scientifici in giudizi morali, facendo coincidere ciò che la scienza descrive con ciò che la morale dovrebbe prescrivere. Per lui, invece, quella distinzione era artificiale: una scienza priva di limiti etici rischia di diventare tecnologia senza coscienza.
Sul tema della famiglia, Zichichi ha sempre sostenuto una visione tradizionale, intesa come nucleo fondato su uomo e donna, legata a un’idea di ordine naturale e non a una costruzione sociale modificabile. Ha espresso posizioni critiche verso il riconoscimento delle famiglie omogenitoriali e verso l’estensione dei diritti familiari a modelli diversi da quello tradizionale.
Ancora più controverse sono state alcune sue posizioni sul ruolo delle donne. Zichichi ha più volte affermato che uomini e donne non sono uguali dal punto di vista biologico e che queste differenze avrebbero conseguenze anche sulle attitudini e sulle scelte professionali. Dichiarazioni che, soprattutto in relazione alla scienza “dura”, sono state lette come stereotipate e culturalmente superate.
Anche sulle istanze della comunità LGBTQ+ le sue posizioni sono state critiche. Zichichi si è opposto all’equiparazione piena dei diritti tra coppie eterosessuali e omosessuali, richiamandosi a una visione normativa dell’ordine naturale. Questo lo ha reso una figura di riferimento per ambienti conservatori e, allo stesso tempo, oggetto di forti contestazioni da parte di chi considera i diritti civili un processo evolutivo della società.
Antonino Zichichi non è stato divisivo per il suo valore scientifico, ma per come ha scelto di stare nello spazio pubblico. Ha parlato da scienziato su temi che non sono solo scientifici, ma sociali, politici e culturali.
Il suo stile comunicativo, assertivo e poco incline al dubbio pubblico, ha accentuato la frattura. Oggi si valorizza il confronto e la complessità, Zichichi ha incarnato un’idea di scienza gerarchica, istituzionale, profondamente novecentesca, che molti mettono in discussione.
Con la sua morte non si chiude il dibattito che ha animato per decenni, ma si cristallizza una domanda che attraversa ancora il nostro tempo: può la scienza permettersi di non interrogarsi sui propri limiti?
Antonino Zichichi ha vissuto e pensato come se la risposta fosse no. E anche chi non ha condiviso le sue conclusioni difficilmente potrà ignorare la serietà della questione che ha lasciato in eredità.
La scienza, senza coscienza, non è progresso, è solo possibilità.
By author
Sibil Noir





