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There are phenomena that Italian society stubbornly continues to refuse to understand.
Among them is certainly the idea that an artist might be loved by the public without first receiving the blessing of the internet’s cultural aristocracy.
And that, ultimately, is the real scandal surrounding Sal Da Vinci.
Not the voice. Not the songs. Not even the theatricality, which only seems to scandalize countries that have forgotten what true spectacle is supposed to look like. No. The real issue appears to be something else entirely: being liked too much by the wrong kind of people.
Observing the Italian debate surrounding his presence at the Eurovision Song Contest 2026, one quickly discovers a rather curious dynamic. The more the public sings, listens, shares and transforms a song into a popular success, the more a certain social media elite feels compelled to distance itself from it like a Victorian noblewoman confronted with a guest deemed insufficiently respectable.
And yet numbers — those inelegant but brutally honest creatures — continue to tell a very different story.
“Per Sempre Sì” has become exactly what many pretend to despise while secretly observing it almost obsessively: a cross-generational phenomenon. Streaming, radio, TikTok, television, younger audiences, older audiences. A song that entered people’s everyday lives without first passing through the tribunal of contemporary taste-makers.
A circumstance which, predictably, has generated a certain degree of nervousness.
For years now, Italy has cultivated a form of cultural snobbery elegantly disguised as “good taste.” A quiet conviction according to which, in order to be considered truly modern, an artist must appear sufficiently minimalist, vaguely detached, and preferably accompanied by the melancholic aesthetic of a dimly lit Milan apartment.
Sal Da Vinci, unfortunately for them, possesses none of these characteristics.
He is melodic, direct, popular, deeply Neapolitan.
Traits that abroad are often perceived as artistic identity, while in Italy they continue to be treated almost like a social embarrassment requiring justification.
And this is where the discussion stops being musical and becomes sociological.
One only has to read certain comments to realize that part of the criticism has very little to do with artistic quality. Instead, it drifts into almost anthropological territory, where some spectators go so far as to declare themselves “ashamed of being Italian” in front of an artist performing unapologetically popular melodies.
It is always fascinating to observe how quickly some Italians develop sudden identity crises whenever someone dares to represent the country without appearing sufficiently international according to the standards of contemporary digital salons.
It would seem, in fact, that a certain online society has decided Italy may export only two acceptable versions of itself: the nostalgically sophisticated one, or the carefully sterilized one harmless enough not to disturb anyone. Anything that still preserves passion, emphasis, romance or excessive emotional proximity to the public is immediately filed under the label “too national-popular,” naturally pronounced with the same tone one might use to discuss a mild infection.
And yet there is something magnificently ironic about all of this.
While some Italians desperately try to distance themselves from Sal Da Vinci in order to appear more sophisticated in the eyes of the world, the world itself seems to understand him perfectly well.
Outside Italy, nobody experiences a popular artist as a cultural embarrassment. He is simply seen for what he is: recognizable, emotional, identifiable. Which is, incidentally, exactly what Eurovision has always rewarded.
After all, European audiences seem remarkably uninterested in the cultural hierarchies constructed on Italian social media. They want to remember an artist. They want to feel them. They want to recognize them within seconds.
And Sal Da Vinci, for better or worse, still possesses that dangerously unfashionable quality many contemporary artists chase desperately without ever truly managing to achieve:
the dangerous ability to be sincerely loved by the public without the comfort of intellectual approval.
Photo Credit: Sarah Louise Bennet /EBU
Esistono fenomeni che la società italiana continua ostinatamente a non voler comprendere.
Tra questi, vi è certamente il fatto che un artista possa essere amato dal pubblico senza aver prima ricevuto la benedizione dell’aristocrazia culturale di internet.
Ecco, questo è il vero scandalo attorno a Sal Da Vinci.
Non la voce, non le canzoni. Nemmeno l’eventuale teatralità, che pure scandalizza sempre soltanto nei Paesi che hanno dimenticato cosa significhi davvero essere spettacolari. No. Il vero problema sembra essere un altro: piacere troppo alla gente sbagliata.
Osservando il dibattito italiano attorno alla sua presenza all’Eurovision Song Contest 2026, si scopre rapidamente una dinamica assai curiosa. Più il pubblico canta, ascolta, condivide e trasforma un brano in successo popolare, più una certa élite social sente il bisogno di prenderne le distanze come una nobildonna vittoriana davanti a un ospite ritenuto poco presentabile.
Eppure i numeri, quelle creature così ineleganti ma terribilmente sincere, continuano a raccontare una storia diversa.
“Per Sempre Sì” è diventata esattamente ciò che molti fingono di disprezzare salvo poi osservare, quasi ossessivamente, un fenomeno trasversale. Streaming, radio, TikTok, televisioni, pubblico giovane, pubblico adulto. Una canzone entrata nella quotidianità delle persone senza passare dal tribunale dei custodi del gusto contemporaneo.
Circostanza che, come prevedibile, ha generato un certo nervosismo.
In Italia esiste da anni una forma di snobismo culturale elegantemente mascherata da “buon gusto”. Una convinzione sotterranea secondo cui per essere considerato davvero moderno un artista debba necessariamente apparire sufficientemente minimalista, vagamente distante e possibilmente accompagnato da una narrativa malinconica da appartamento milanese in penombra.
Sal Da Vinci, purtroppo per loro, non possiede nessuna di queste caratteristiche.
È melodico, diretto, popolare, profondamente napoletano.
Caratteristiche che all’estero vengono spesso percepite come identità artistica, mentre in Italia continuano ad essere trattate come una colpa sociale da giustificare.
Ed è qui che il caso smette di essere musicale e diventa sociologico.
Basta leggere certi commenti per accorgersi che una parte delle critiche non riguarda affatto la qualità artistica. Si entra piuttosto in un territorio quasi antropologico, dove alcuni spettatori arrivano addirittura a dichiarare di “vergognarsi di essere italiani” davanti a un artista che canta melodie popolari.
Ora, è sempre affascinante osservare quanto rapidamente alcuni italiani sviluppino crisi identitarie improvvise ogni volta che qualcuno osa rappresentare il Paese senza sembrare sufficientemente internazionale secondo gli standard dei salotti digitali contemporanei.
Pare infatti che una certa società online abbia stabilito che l’Italia possa esportare soltanto due versioni accettabili di sé stessa: quella nostalgicamente sofisticata o quella abbastanza sterilizzata da risultare innocua. Tutto ciò che invece conserva ancora passione, enfasi, romanticismo o un’eccessiva vicinanza emotiva con il pubblico viene immediatamente archiviato sotto la voce “nazionalpopolare”, pronunciata naturalmente con il medesimo tono con cui si parlerebbe di una lieve infezione.
Eppure vi è un dettaglio magnificamente ironico in tutta questa faccenda.
Mentre alcuni italiani si affannano a prendere le distanze da Sal Da Vinci per apparire più sofisticati agli occhi del mondo, il mondo sembra comprenderlo perfettamente.
Fuori dall’Italia nessuno vive un artista popolare come un imbarazzo culturale. Lo si osserva semplicemente per ciò che è: riconoscibile, emotivo, identitario. Ovvero esattamente ciò che Eurovision premia da sempre.
Del resto, il pubblico europeo non sembra particolarmente interessato alle gerarchie culturali costruite sui social italiani. Vuole ricordarsi un artista, vuole sentirlo, vuole riconoscerlo dopo pochi secondi.
E Sal Da Vinci, nel bene o nel male, possiede ancora quella qualità pericolosamente fuori moda che molti artisti contemporanei inseguono disperatamente senza riuscire davvero a ottenerla: la pericolosa capacità di piacere sinceramente al pubblico senza il conforto dell’approvazione intellettuale.
Photo Credit: Sarah Louise Bennet /EBU





