“Portobello” di Marco Bellocchio: Enzo Tortora, la ferita di un Paese che non guarisce | “Portobello” by Marco Bellocchio: Enzo Tortora, the wound of a nation that does not heal

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La 82ª Mostra del Cinema di Venezia non è stata solo il palcoscenico delle star internazionali e delle grandi première: quest’anno ha portato sul Lido una delle storie più dolorose e necessarie della memoria italiana. Con Portobello, miniserie firmata Marco Bellocchio e presentata fuori concorso, il cinema si è fatto specchio della verità e grido contro l’ingiustizia.

Dopo una carriera che ha raccontato l’Italia con sguardi implacabili, Bellocchio approda per la prima volta al linguaggio seriale. Lo fa senza abbandonare il rigore e la passione che lo contraddistinguono: Portobello è un’opera che si muove tra la televisione e il cinema, ma conserva l’impronta autoriale di un maestro. Co-scritta con Stefano Bises, Giordana Mari e Peppe Fiore, la serie porta in scena una ferita collettiva mai davvero rimarginata: la vicenda giudiziaria di Enzo Tortora.

È il 1983 quando Tortora, amatissimo conduttore televisivo e volto dello storico programma Portobello, viene arrestato all’improvviso. Le accuse: traffico di droga e legami con la Nuova Camorra Organizzata. A muoverle, le dichiarazioni di alcuni pentiti, mai suffragate da prove concrete. Ma le manette scattano ugualmente, e con esse l’umiliazione pubblica: la foto del presentatore in arresto diventa simbolo di una gogna mediatica senza precedenti.

Per mesi, Tortora è prigioniero di un incubo: carcere, processo, la condanna a dieci anni di reclusione nel 1985. Solo in appello, nel settembre 1986, la verità riaffiora: assoluzione piena, accuse infondate. Ma il prezzo pagato è altissimo. Tortora torna in TV nel febbraio 1987 con le parole che resteranno nella storia:
“Dunque, dove eravamo rimasti?… Io sono qui, anche per parlare per conto di quelli che parlare non possono.”

Pochi mesi dopo, un tumore lo porta via, il 18 maggio 1988. Morirà da uomo innocente, ma ferito a morte da un errore giudiziario che resta il simbolo di una giustizia fallibile.

A interpretare Tortora c’è Fabrizio Gifuni, in una delle prove più attese della sua carriera. Accanto a lui un cast corale: Lino Musella, Barbora Bobulová, Alessandro Preziosi, Romana Maggiora Vergano, Carlotta Gamba, Fausto Russo Alesi, Salvatore D’Onofrio, Giada Fortini, Massimiliano Rossi, Pier Giorgio Bellocchio, Gianfranco Gallo.

Una squadra che Bellocchio guida con mano ferma, tra la fedeltà storica e la tensione emotiva di un dramma che appartiene a tutti.
Il 1° settembre 2025, i primi due episodi sono stati presentati al pubblico della Mostra. Applausi sinceri hanno accolto il cast sul tappeto rosso: non c’era solo la curiosità per un nuovo lavoro di Bellocchio, ma il senso di assistere a un atto di memoria civile. Portobello non è solo una serie, è un omaggio a un uomo travolto dall’ingiustizia e al tempo stesso una riflessione sull’Italia, sul potere mediatico e giudiziario, e su quanto sottile sia il confine tra verità e calunnia.

Bellocchio trasforma la vicenda Tortora in tragedia moderna: un eroe popolare stritolato da un sistema che avrebbe dovuto proteggerlo, e che invece lo ha sacrificato. L’opera si fa monito e ferita aperta, ricordando come la democrazia possa piegarsi quando la giustizia si trasforma in spettacolo.

Dopo Venezia, Portobello approderà su HBO Max nel 2026, la prima produzione originale italiana della piattaforma. Ma la sua vera casa è già nella coscienza di chi ha applaudito al Lido, commosso e consapevole.

Raccontare Tortora significa raccontare tutti noi: un Paese che troppo spesso dimentica, ma che ha il dovere di ricordare, e se i flash di Venezia hanno restituito dignità al suo nome, restano scolpite le sue parole: “Dove eravamo rimasti?”
La risposta è semplice e terribile: eravamo rimasti a un’Italia che aveva bisogno di verità.

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